Le compagnie iniziano a prepararsi a possibili tagli e stop operativi. Il nodo non è solo il prezzo, ma la disponibilità stessa del jet fuel

da | 2 Apr 2026

L’Europa del trasporto aereo guarda con crescente preoccupazione alla crisi nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita una parte decisiva del carburante destinato agli aerei. Il timore, sempre più concreto, è che tra fine aprile e l’inizio dell’estate possano emergere problemi seri di approvvigionamento, con conseguenze dirette sui voli.

A rendere evidente la tensione è anche il viaggio della Rong Lin Wan, petroliera diretta a Rotterdam con un carico di cherosene partito dal Kuwait prima del blocco. Potrebbe essere una delle ultime navi arrivate in Europa dal Golfo Persico prima dello stop.

Il problema è strutturale: il continente dipende in modo importante dalle raffinerie del Medio Oriente per il jet fuel, molto più che per il greggio. E ora che diverse rotte commerciali stanno deviando verso l’Asia, dove i margini sono più alti, l’Europa rischia di trovarsi con meno carburante disponibile proprio nei mesi più delicati.

I numeri spiegano bene la fragilità del sistema. In diversi Paesi europei la produzione interna non basta a coprire la domanda. L’Italia, ad esempio, consuma molto più di quanto riesca a produrre, mentre altri Stati come Polonia, Grecia, Spagna e Portogallo dipendono in larga parte dalle importazioni. Una vulnerabilità che arriva da lontano, tra raffinerie chiuse, minore convenienza economica del cherosene, transizione energetica e tensioni geopolitiche.

Intanto il mercato si è già acceso. Le importazioni europee di carburante aereo risultano in forte calo e anche le scorte nei grandi hub petroliferi del Nord Europa si stanno assottigliando. In parallelo, alcuni fornitori alternativi stanno limitando le esportazioni per proteggere i rispettivi mercati interni, aggravando ulteriormente la pressione.

Le compagnie aeree stanno quindi valutando piani di emergenza. In alcuni casi si ragiona perfino sul possibile fermo di parte della flotta, perché se il carburante non basta, non sarà possibile mantenere invariata l’operatività. Il rischio, se la crisi dovesse protrarsi, è quello di una riduzione delle frequenze e di collegamenti cancellati, soprattutto sulle tratte più lunghe o più difficili da rifornire.

A peggiorare il quadro ci sono poi i prezzi, che negli ultimi giorni hanno registrato un balzo molto forte. Per i vettori il problema è doppio: da una parte cresce il costo del carburante, dall’altra aumenta l’incertezza sulla reale disponibilità del prodotto.

La fase più delicata potrebbe arrivare tra giugno e settembre, cioè nel pieno della stagione turistica. Sotto osservazione ci sono in particolare gli aeroporti turistici, le isole e le destinazioni estive, dove eventuali problemi logistici avrebbero un impatto ancora più pesante.

Dal fronte aeroportuale, però, arrivano per ora segnali meno drammatici. Secondo Aci Europe, la maggior parte degli scali del continente continua ad avere livelli di scorte considerati regolari. Questo non elimina il problema, ma suggerisce che un’emergenza immediata non è ancora scattata.

Il punto, però, resta aperto: se il blocco di Hormuz dovesse durare ancora, il settore aereo europeo potrebbe entrare in una fase molto più complicata proprio alla vigilia dell’estate.

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