Il male non è più lontano: quando il disagio giovanile bussa alle porte di casa nostra

da | 30 Mar 2026

C’è stato un tempo in cui certe storie le leggevamo come si guarda un temporale in mare aperto: lontano, minaccioso, ma non nostro. Le stragi nelle scuole, i ragazzi che trasformano la rabbia in violenza, erano immagini d’oltreoceano. Cronaca americana, non europea. E sicuramente non sammarinese.

Oggi quella distanza si è accorciata. Non siamo ancora dentro quella tempesta, ma iniziamo a sentirne il vento.

La notizia dell’operazione “Hate”, con un minorenne fermato perché progettava una strage a scuola, accaduta vicino a noi, non è solo un fatto di cronaca. È uno spartiacque psicologico. Perché rompe un’illusione: quella che certi drammi appartengano sempre a qualcun altro.

San Marino, per sua natura, si è sempre percepita come una comunità protetta. Piccola, coesa, dove i legami sociali funzionano da argine. Ed è in parte vero. Ma oggi questo non basta più.

Il disagio giovanile ha cambiato forma. Non nasce più solo nei contesti difficili o nelle periferie degradate. Si nutre di solitudine, di frustrazione silenziosa, di isolamento digitale. Cresce nei social, nei gruppi chiusi, nelle bolle virtuali dove la rabbia trova eco e legittimazione. E non ha più bisogno di grandi città per attecchire.

È un disagio che non sempre si vede. E proprio per questo è più pericoloso.

Qui si apre una questione che è profondamente politica, prima ancora che sociale. Perché non riguarda solo l’ordine pubblico, ma il modo in cui una comunità accompagna i propri giovani. O smette di farlo.

In Europa qualcuno ha già capito che aspettare è l’errore più grande. La Finlandia ha introdotto psicologi scolastici in modo strutturale, non come risposta all’emergenza ma come presidio permanente. La Francia ha costruito sistemi di monitoraggio precoce del disagio, coinvolgendo famiglie, scuola e servizi sociali in una rete attiva. Nei Paesi Bassi si è lavorato sulle comunità educative integrate, dove nessun segnale resta isolato.

Non sono modelli perfetti. Ma indicano una direzione chiara: prevenire, non inseguire.

E noi?

San Marino oggi non è attraversata da questi fenomeni in modo evidente. Ma sarebbe un errore pensare che questo basti a metterci al sicuro. Perché il mondo intorno a noi sta cambiando più velocemente delle nostre categorie.

La vera domanda, allora, non è se il problema ci riguarda già. Ma se siamo pronti quando ci riguarderà.

Le scuole hanno strumenti adeguati per intercettare il disagio? Esiste una presenza strutturata di supporto psicologico? Gli insegnanti sono formati per riconoscere i segnali deboli? E soprattutto: stiamo offrendo ai giovani luoghi di appartenenza, oppure li stiamo lasciando soli davanti a modelli irraggiungibili?

Non basta dire che “qui non succede”. Perché è esattamente così che si arriva impreparati.

La sicurezza è necessaria, ma non è sufficiente. Serve una politica che torni a occuparsi dei giovani non solo quando diventano un problema, ma quando sono ancora una possibilità. Servono investimenti sulla salute mentale, sull’educazione emotiva, sulla costruzione di comunità vere, non solo dichiarate.

Le piccole Repubbliche hanno un vantaggio: possono accorgersi prima delle crepe. Possono intervenire prima che diventino fratture.

Ma solo se hanno il coraggio di guardare oltre i propri confini.

Perché il male, oggi, non è più lontano. Sta semplicemente facendo un passo alla volta verso di noi.

Condividi su:

Puoi leggere questo articolo gratuitamente grazie al contributo di

Articoli correlati

Panoramica privacy
Insider.sm

Questo sito utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie vengono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni essenziali, come riconoscerti quando torni sul nostro sito e aiutare il nostro team a capire quali sezioni trovi più interessanti e utili.

Cookie strettamente necessari

I cookie strettamente necessari dovrebbero essere sempre attivati per poter salvare le tue preferenze per le impostazioni dei cookie.