La tensione tra Teheran e i Paesi del Golfo inizia a farsi sentire sui mercati energetici globali. Nelle ultime ore centinaia di petroliere e metaniere sono rimaste bloccate ai margini dello Stretto di Hormuz, mentre diverse portacontainer – comprese quelle del colosso danese Maersk – hanno deviato le rotte fuori dal Golfo.
L’effetto è stato immediato: negli scambi over the counter il prezzo del greggio è balzato di circa il 10%. Il Brent, riferimento internazionale, è passato in poche ore da 72,8 a 80 dollari al barile, con il timore che l’apertura delle Borse asiatiche possa accentuare la volatilità.
Nonostante le rassicurazioni di Donald Trump, che si è detto “per nulla preoccupato”, gli analisti prevedono un possibile ritorno verso quota 100 dollari, livello già toccato allo scoppio della guerra in Ucraina. Secondo Ajay Parmar di Icis, un’interruzione prolungata del traffico nello Stretto di Hormuz potrebbe spingere le quotazioni anche oltre quella soglia.
Le stime di Barclays e di altre grandi banche indicano possibili ripercussioni anche sul prezzo del gas. L’aumento della produzione deciso da alcuni Paesi dell’OPEC per aprile – oltre 200mila barili al giorno – potrebbe non bastare a compensare eventuali blocchi prolungati lungo una delle arterie energetiche più strategiche del pianeta.




