Gli eventi di Minneapolis e il post di Mentana: quando la violenza istituzionale interroga la coscienza civile

da | 25 Gen 2026

Tutto il mondo può vedere come le famigerate brigate ICE continuano a uccidere inermi cittadini a Minneapolis…”

Con queste parole, Enrico Mentana ha lanciato una provocazione morale, un grido di allarme che non si limita alla denuncia – piuttosto, incarna una richiesta di comprensione profonda, quasi un invito a guardare negli occhi il lato oscuro della politica contemporanea. 

Quel “tutto il mondo può vedere” non è retorica: è un invito a confrontarsi con i fatti reali e documentati. Negli ultimi giorni Minneapolis, dopo un’ondata di enforcement federale, si trova a fare i conti con due omicidi che hanno scosso l’opinione pubblica americana e internazionale.

Il 7 gennaio scorso, Renée Good, madre, poetessa e cittadina rispettata, è stata uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) durante un’operazione nel centro della città. Le immagini e le testimonianze smentiscono la versione ufficiale di un tentativo di autodifesa, mostrando invece conferme gravi di uso eccessivo della forza da parte delle autorità federali. 

E nella gelida mattina del 24 gennaio, un’altra vita si è spezzata: Alex Jeffrey Pretti, infermiere specializzato nell’assistenza ai veterani, è stato ucciso da agenti federali in pieno giorno. Secondo diverse ricostruzioni, video amatoriali e testimonianze contraddicono nettamente le dichiarazioni ufficiali, mostrando un uomo disarmato che cerca di aiutare altri manifestanti prima di essere travolto da una spirale di violenza. 

Due uomini, due storie, due tragedie che non possono essere ridotte a numeri. Eppure, ciò che emerge da questa escalation è più di un semplice dibattito sulla legittimità delle operazioni di polizia federale: è una questione di fiducia, di responsabilità, di rapporto tra governi e cittadini. In un clima dove le istituzioni si arroccano dietro narrazioni ufficiali contraddette da filmati e testimonianze, la credibilità stessa dello Stato diventa terreno di contesa.

Mentana non offre spiegazioni già pronte: pone domande. Domande come questa: quale America stiamo osservando? Una democrazia forte e trasparente? O un paese in cui la forza pubblica può trasformarsi in potere assoluto, giustificato da una narrazione politicamente funzionale? La risposta non può ridursi a slogan, né a filtri ideologici.

Di fronte a questi eventi, chi scrive non intende pontificare. Piuttosto, siamo chiamati a interrogarci sulla violenza istituzionale come fenomeno che travalica il caso specifico e diventa sintomo di una frattura più profonda nella società americana. Una frattura che tocca tante questioni: il ruolo dello Stato nella sicurezza interna, la gestione delle migrazioni, la percezione del diverso, il diritto alla protesta e alla libertà di espressione. 

Questa situazione, per quanto lontana geograficamente, non è estranea a noi che viviamo in Europa, né tantomeno a chi riflette su equilibri democratici e diritti civili. Nell’era della globalizzazione, lo sguardo su ciò che accade oltreoceano è più che un esercizio giornalistico: è uno specchio in cui vediamo riflessi i nostri stessi timori e le nostre stesse aspirazioni.

In questo senso, richiami letterari e giornalistici – come il recente libro L’Impero in Bilico di Antonio Di Bella – acquistano una nuova densità: non soltanto analisi geopolitica, ma rilettura critica della fragilità dei sistemi democratici contemporanei. Il tema non è se una democrazia sia sempre perfetta, ma se essa sia capace, attraverso i suoi strumenti di controllo, di autocorreggersi quando la violenza istituzionale supera il limite della ragione.

Ecco perché il post di Mentana, al di là di ogni schieramento, ci chiama a guardare, senza infingimenti. Ci invita a riflettere su che cosa significhi proteggere la comunità senza tradire i valori di civiltà; su come la forza istituzionale debba essere sorvegliata costantemente per non diventare prepotenza; su quale America stiamo osservando – e, per analogia, quale mondo stiamo costruendo.

Per noi lettori, questa non è solo cronaca: è una sfida morale.

E la risposta, come sempre, non si trova in un tweet o in un titolo sensazionalistico.

Si trova nella capacità di guardare oltre la superficie e interrogarsi sulle ombre che la violenza istituzionale proietta sulla fragile alba della democrazia.

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