Giovagnoli (PSD): “Il Paese è cambiato, ma il ricatto sull’accordo di associazione è inaccettabile: qui serve unità”

da | 11 Feb 2026

Gerardo Giovagnoli (PSD): Il problema è che il Paese non ha ancora completato il processo di costruzione di adeguati “anticorpi” rispetto alle minacce esterne. È cambiato molto perché il caso che è stato evocato, quello di Banca CIS, vedeva una penetrazione già conclamata negli organismi dello Stato: Banca Centrale, Tribunale e politica. Quello era un caso molto peggiore di questo, perché lì i soldi erano già spariti e si era ad un passo dalla compromissione delle istituzioni pubbliche.  Adesso no. Adesso i soldi sono sequestrati e tutto il caso nasce dal fatto che quei soggetti li rivogliono indietro. Questo significa che, invece di lasciarli fuggire, quei soldi sono ancora qui dentro. Primo punto. Secondo: si sta dicendo che il Tribunale ha possibilmente sventato un piano criminale di più grandi dimensioni. Quindi il Paese è cambiato. Il problema è che questo cambiamento non è sufficiente.  Perché non è sufficiente? Perché alcune istituzioni di controllo preventivo – e qui possiamo citare Banca Centrale, l’AIF e altri organismi – forse non hanno segnalato per tempo certe dinamiche, oppure erano troppo abili gli agenti che avevano in mente un piano criminale. Non è sufficiente il fatto che, come ho già detto più volte, in questo Paese mancano strutture informative che ci consentano di capire in anticipo certe cose. Questo è il punto.  Venendo invece al tema delle informazioni in capo alla maggioranza, guardate che noi siamo nella vostra stessa situazione: non è che sappiamo cose che vi teniamo segrete. È una difficoltà anche per noi orientarci in questo momento. Le informazioni, oggi, ce le ha il Tribunale. La questione fondamentale è che devono esistere – e funzionare meglio – agenzie e strutture preposte: il Governo, il Tribunale, Banca Centrale, gli organi di vigilanza. È lì che si può e si deve chiedere un salto di qualità per evitare che certe situazioni si ripetano.  La novità di questo caso è che un investitore millanta di riuscire a compromettere una traiettoria di Paese su cui San Marino lavora da oltre un decennio: l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Questo è lo snodo fondamentale. È un ricatto insopportabile. Su questo sì, bisogna fare tutti assieme scudo per la tenuta delle istituzioni dello Stato, per la loro libertà e per parare un attentato ai poteri dello Stato. Non so se l’intenzione dell’opposizione sia quella di non convergere su quell’ordine del giorno. Ma la questione fondamentale è che da qui si deve uscire, su questo punto, tutti uniti. Perché, a differenza di quanto accaduto in passato, oggi è diverso: qui il governo vuole andare in una direzione condivisa, verso l’accordo. C’è qualcuno, esterno, che ha interessi contrari e mette i bastoni tra le ruote, e chi ci guarda da fuori utilizza quello snodo per dire, sostanzialmente: “Ridatemi i soldi indietro”. Per fortuna, tra due ore al Parlamento europeo ci sarà già un primo banco di prova per capire se questa pressione funziona oppure no, perché sarà votato il report delle varie Commissioni del Parlamento europeo sull’accordo di associazione. Non è l’atto conclusivo ma sarà un segnale. Vedremo davvero se quel gruppo di imprenditori è talmente forte da incidere sul proprio governo, dando però al contempo agli altri Paesi l’impressione che, in quel contesto, la politica si faccia in un certo modo.  Detto questo, io credo – e lo dico tutte le volte – che bisogna fermarsi un attimo e ragionare sulla diagnosi di ciò che abbiamo davanti, prima di puntare il dito. Le lacune vanno evidenziate, ma alcune non sono qui dentro, in Parlamento: sono in quella banca. Stiamo ragionando del fatto che il Consiglio di amministrazione, l’Ente e gli attori principali di quella banca hanno spinto per portare a casa un’operazione che poi è fallita.  Io credo – e mi assumo la responsabilità di ciò che dico – che una banca non possa essere gestita in questo modo. In altri casi Banca Centrale è intervenuta senza arrivare a commissariamenti, ma in modo chirurgico, dicendo: “Così una banca non può essere condotta”. La responsabilità della scelta dell’imprenditore non ce l’abbiamo noi qui in Aula; ce l’ha la proprietà, ce l’ha chi ha scelto, e ha scelto in maniera errata. Se quella banca continua a trovarsi nella condizione di dover ricercare un investitore, il rischio è che si sbagli di nuovo. E non vorrei che, alla prossima scelta sbagliata, si tornasse a puntare il dito solo qui dentro.

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