Le Associazioni laicali sammarinesi della Diocesi di San Marino-Montefeltro tornano a intervenire nel dibattito sul fine vita, dopo il deposito di un nuovo progetto di legge di iniziativa legislativa popolare, successivo a quello presentato nei mesi scorsi dal movimento Rete. In un documento diffuso pubblicamente, le associazioni spiegano di aver già offerto, nel dicembre scorso, alcuni spunti di riflessione sull’argomento e di ritenere ora necessario aggiungerne altri alla luce del nuovo testo normativo patrocinato dall’associazione Emma Rossi.
Nel documento viene ricordato che la relazione che accompagna il progetto di legge dichiara di aver utilizzato il testo “Processo decisionale nella presa in cura della persona malata nel fine della vita”, elaborato dal Comitato Sammarinese di Bioetica nel marzo 2019, e di fare riferimento alla Convenzione di Oviedo, nonché a normative e pronunce giurisprudenziali di altri Paesi, in particolare dell’Italia. Le associazioni affermano tuttavia che “le premesse indicate nella relazione non ci paiono trovare rispondenza nel testo del progetto di legge, molto concentrato sulla possibilità di garantire la morte del paziente più che sulla possibilità di essere accompagnato alla morte naturale con dignità, cura e amore”, ricordando come nel Paese da decenni l’assistenza sanitaria sia improntata alla professionalità degli operatori e al rispetto della normativa sul consenso informato, disciplinata dalla legge 28 aprile 1989 n. 43, ritenuta ancora adeguata.
Ampio spazio viene dedicato all’analisi delle finalità dichiarate dal progetto di legge. Le associazioni richiamano l’articolo 1, che indica la tutela del “diritto alla salute, alla dignità, all’integrità fisica e psichica”, sostenendo però che “in realtà, l’unica finalità che appare perseguita è quella della ‘autodeterminazione’”. Viene quindi espresso dissenso rispetto alle norme che consentirebbero la cessazione o il mancato avvio di terapie, anche salvavita, l’interruzione dell’idratazione e della nutrizione artificiale anche per persone incapaci, il mancato ricorso a interventi chirurgici urgenti, alla rianimazione cardiopolmonare o a terapie antibiotiche e trasfusioni, osservando che non si comprende “come norme che si vorrebbero introdotte […] possano tutelare la salute, la dignità e l’integrità fisica e psichica delle persone”.
Nel documento viene posta una riflessione più ampia sul concetto di dignità umana. Le associazioni affermano che “ogni vita è ‘degna’ e deve essere oggetto di cura e amore, dall’inizio alla fine”, comprese quelle delle persone disabili, incapaci o colpite da gravi eventi traumatici. Si ribadisce che “sono proprio le persone più fragili, i bambini, gli anziani, i malati gravi quelli che la società deve tutelare nella loro salute con maggiore impegno”, mettendo in guardia dal rischio di trasmettere l’idea che rinunciare a vivere possa rappresentare una soluzione. Viene inoltre richiamato il significato di dignità umana presente nelle Dichiarazioni universali dei diritti umani e nelle Costituzioni dei Paesi democratici, sottolineando che essa appartiene a tutti gli esseri umani indipendentemente dalle condizioni personali e che “incamminarsi su sentieri diversi è estremamente pericoloso”.
Particolare attenzione viene riservata all’articolo 7 del progetto di legge, che disciplina i casi di incapacità. Le associazioni osservano che la norma si riferisce non solo agli incapaci riconosciuti ufficialmente, ma anche a persone che “di fatto” sarebbero incapaci di esprimersi validamente, senza chiarire chi debba valutarne la condizione. Secondo il documento, “non è accettabile che terzi possano decidere di non iniziare o sospendere trattamenti indispensabili alla sopravvivenza”, ritenendo tale impostazione illegittima e in contrasto con presidi costituzionali e convenzioni internazionali. Viene ricordato che la Corte Costituzionale italiana ha più volte ribadito che la richiesta di sospensione delle cure deve provenire da persone pienamente capaci e che non possono esservi terzi a decidere per loro conto. Si segnala inoltre un possibile contrasto dell’articolo 7 con la legge 10 marzo 2015 n. 28 e con il Decreto Delegato 1° febbraio 2018 n. 14 in materia di disabilità.
Le associazioni esprimono ulteriori critiche sull’articolo 4, che renderebbe vincolante per i medici qualsiasi rifiuto di trattamento sanitario, anche salvavita. Viene osservato che “qualunque rifiuto di trattamento sanitario […] è vincolante per i medici”, anche se motivato da situazioni di scoraggiamento o solitudine, e che non viene esplicitamente tutelato il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario. Secondo il documento, questa impostazione rischia di lasciare il paziente solo di fronte a decisioni estremamente complesse, indebolendo l’alleanza terapeutica tra medico e paziente e favorendo un atteggiamento difensivo da parte dei professionisti sanitari.
Un passaggio è dedicato anche alle Disposizioni anticipate di trattamento sanitario. Le associazioni richiamano l’articolo 9 della Convenzione di Oviedo, ricordando che “i desideri precedentemente espressi […] saranno tenuti in considerazione”, ma non sono vincolanti per i medici. Viene inoltre espresso timore per il modulo allegato al progetto di legge, che estenderebbe l’applicazione delle disposizioni anche a persone “sveglie” ma ritenute incapaci da un collegio medico, con il rischio che “la loro redazione facilitasse il percorso verso la morte di numerosi soggetti”.
In conclusione, le associazioni affermano che il progetto di legge determinerebbe “l’abbandono di ogni segno di solidarietà sociale e di condivisione reciproca”, lasciando i pazienti soli nella decisione di interrompere cure anche salvavita e trasmettendo l’idea che una morte anticipata possa rappresentare un bene per la società. Viene espresso il timore che le DATS, così come configurate, non garantiscano una volontà realmente libera e informata e che il medico venga ridotto a “notaio delle volontà scritte”, esonerato da responsabilità in caso di decesso conseguente a cure non prestate.
Le Associazioni laicali sammarinesi della Diocesi di San Marino-Montefeltro concludono il documento dichiarando apertamente “la nostra preoccupazione” e rinnovando “l’auspicio che si apra un confronto vero, col coinvolgimento di tutte le componenti della società”, sottolineando come la Repubblica di San Marino sia storicamente una realtà inclusiva, attenta al valore di tutte le persone e in particolare di quelle più fragili e indifese.




