Una presa di posizione netta sull’escalation in Medio Oriente e sull’attacco contro l’Iran. È quella diffusa il 3 marzo 2026 da Demos, che in un comunicato interviene sugli sviluppi del conflitto e sulle responsabilità attribuite a Israele e Stati Uniti.
“Demos condanna fermamente l’aggressione israeliana e americana all’Iran. Tale operazione sta producendo morte e distruzione e chiama la comunità internazionale a condannare con decisione questa modalità di rapporto tra Stati e popoli, fondata sulla forza e sulla guerra”, si legge nella nota.
Il movimento esprime inoltre preoccupazione per il mancato intervento delle istituzioni europee: “Siamo profondamente colpiti dal fatto che, fino ad oggi, nessuna autorevole voce delle istituzioni europee abbia condannato questo attacco, preventivo e privo di giustificazione”. Nel testo si sottolinea anche “la progressiva perdita di autorevolezza e legittimazione dell’ONU e, più in generale, di tutti gli organismi multilaterali”.
Demos dichiara di essere “indignati per la morte di civili innocenti, così come lo siamo stati per la feroce repressione del regime teocratico iraniano contro chi è sceso in piazza a protestare, contro il regime e contro la crisi economica”, aggiungendo che, dal punto di vista occidentale, “è ancora più grave che questo attacco provenga proprio da chi si presenta come “civiltà evoluta” e garante dei diritti umani: un’aggressione che, così facendo, compromette la credibilità stessa dei valori che diciamo di difendere”.
Nel comunicato si richiama il principio di coerenza nell’applicazione del diritto internazionale: “La retorica dell’aggredito e dell’aggressore, se è valsa – giustamente – per l’aggressione russa all’Ucraina, deve valere nello stesso modo anche per l’aggressione all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti. Il diritto internazionale e i principi di convivenza tra Stati non possono essere applicati in modo selettivo”.
Il testo affronta anche il tema dell’uso della guerra come strumento preventivo: “Pensavamo che la guerra e le armi fossero diventati strumenti esclusivamente difensivi e deterrenti. Invece, negli ultimi anni, sono tornati ad essere strumenti di morte, usati “preventivamente” per causare distruzione e vittime, con conseguenze che ricadono soprattutto sui civili e che aprono scenari sempre più incontrollabili anche dal punto di vista economico”.
Demos “denuncia la barbarie di pratiche che mirano alla eliminazione fisica dei vertici di un Paese: l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei non rappresenterebbe soltanto un atto contro un leader politico, ma anche contro una figura religiosa. Questa modalità di disprezzo, fino alla morte, delle opinioni e delle religioni altrui può produrre solo escalation, vendetta e ulteriore radicalizzazione”.
Nel documento si colloca l’attacco in una cornice più ampia: “Questo ultimo attacco si inserisce in una lunga scia di morte e violenza: la guerra in Ucraina, il 7 ottobre, il genocidio del popolo palestinese, e ora la destabilizzazione del Medio Oriente. In Palestina non siamo davanti a una “catastrofe umanitaria” generica: i morti sono il risultato di azioni armate, di bombardamenti e di violenza organizzata”.
Infine, l’invito rivolto alle istituzioni sammarinesi: “Per queste ragioni, invitiamo il Governo della Repubblica di San Marino a prendere una posizione ferma e pubblica: condannare l’aggressione contro l’Iran, respingere la normalizzazione della guerra “preventiva”, sostenere ogni iniziativa diplomatica di de-escalation e ribadire la centralità del diritto internazionale e della tutela delle popolazioni civili”.
Il comunicato si chiude con un’ulteriore riflessione: “In alternativa, dobbiamo dirci la verità come comunità occidentale: ovvero che, quando scegliamo dominio e forza, diventiamo noi i più brutali predatori, pronti a schiacciare e distruggere – fino, in alcuni casi, alla pulizia etnica – chi ci si para davanti. È una deriva che segnala una perdita profonda di bussola morale e politica della nostra comunità”.
E ancora: “Demos esprime infine profonda preoccupazione per la recrudescenza di atteggiamenti violenti e fascisti nel linguaggio e nelle pratiche dei leader nazionali e internazionali: segnali che alimentano odio, repressione e nuova guerra”.




