Cricca o calunnia? Le parole di Christov scuotono San Marino. Ma la domanda è un’altra: chi controlla prima del Tribunale?

da | 4 Mar 2026

“CRICCA O CALUNNIA? LE PAROLE DI CHRISTOV SCUOTONO SAN MARINO. MA LA DOMANDA È UN’ALTRA: CHI CONTROLLA PRIMA DEL TRIBUNALE?”

Ci sono dichiarazioni che, anche quando arrivano da fuori, hanno il potere di scuotere un Paese. Non tanto perché siano automaticamente vere, ma perché costringono a porsi delle domande. È quello che sta accadendo dopo l’intervista rilasciata dall’investitore bulgaro Assen Christov al portale europeo EUAlive. Parole forti, durissime, che non passano inosservate. “Non siamo contro il Paese San Marino, siamo contro la cricca”, afferma Christov parlando della vicenda legata alla tentata acquisizione della Banca di San Marino e al contenzioso che ne è seguito.
Il finanziere sostiene che il suo gruppo avesse avviato un’operazione per l’acquisto dell’istituto sammarinese e che, nell’ambito di quella trattativa, fossero stati trasferiti circa quindici milioni di euro nel sistema finanziario del Titano. Poi, secondo la sua versione, l’operazione si sarebbe improvvisamente fermata a causa di un’indagine penale e di una serie di decisioni che avrebbero congelato fondi e operazione. Da qui la sua lettura: dietro quanto accaduto non ci sarebbe un semplice contenzioso economico, ma l’azione di un ristretto sistema di potere. Una “cricca”, appunto.
Accuse pesanti. Accuse che chiamano in causa non solo una banca o una trattativa commerciale, ma l’immagine stessa di un Paese. Ed è giusto dirlo con chiarezza: la posizione di Christov è tutta da verificare. Le sue dichiarazioni rappresentano una versione dei fatti, non una sentenza. Non a caso la Banca di San Marino ha reagito con fermezza, respingendo le ricostruzioni dell’investitore e ribadendo la correttezza del proprio operato nel rispetto delle normative e delle autorità di vigilanza. È probabile che la vicenda prosegua nelle sedi giudiziarie, forse anche internazionali, e saranno quelle sedi a stabilire dove stia la verità.
Ma fermarsi allo scontro tra due versioni opposte sarebbe riduttivo. Perché al di là delle accuse di Christov, la questione che emerge è più ampia e riguarda la tenuta complessiva del sistema sammarinese. Ogni volta che un caso economico finisce sulle pagine dei giornali internazionali, ogni volta che emergono accuse di opacità o di conflitti, torna inevitabilmente la stessa domanda: San Marino possiede davvero gli anticorpi istituzionali per prevenire queste situazioni prima che diventino casi giudiziari?
È una domanda scomoda, ma necessaria. Perché la sensazione diffusa, nel dibattito pubblico sammarinese, è che troppo spesso il Paese reagisca solo quando interviene la magistratura. Quando parte un’indagine. Quando emergono atti giudiziari. Quando il caso diventa pubblico e non può più essere ignorato. Ma il Tribunale, per definizione, è l’ultimo anello della catena. È il punto finale, non il primo. Prima dovrebbero funzionare altri meccanismi: controlli amministrativi efficaci, organismi di vigilanza indipendenti, responsabilità politiche chiare, trasparenza nelle decisioni pubbliche. In uno Stato moderno la legalità non si difende solo nelle aule di giustizia, si difende ogni giorno attraverso un sistema di prevenzione che impedisce ai problemi di crescere fino a diventare scandali.
San Marino ha dimostrato negli anni di avere magistrati capaci e indipendenti, e questo è un patrimonio fondamentale. Ma nessun sistema giudiziario può essere l’unico baluardo. Se tutto si scarica sul Tribunale significa che qualcosa, a monte, non ha funzionato. Significa che i controlli non hanno intercettato i problemi in tempo, che la politica non ha esercitato fino in fondo il proprio ruolo di supervisione, che gli organismi di vigilanza non sono riusciti a prevenire situazioni potenzialmente critiche.
E allora il punto vero non è stabilire oggi se Christov abbia ragione oppure torto. Questo lo diranno i fatti, le indagini e le eventuali sentenze. Il punto vero è chiedersi se il sistema sammarinese sia davvero in grado di accorgersi dei problemi prima che lo facciano i magistrati. Perché uno Stato forte non è quello che si accorge degli errori quando arrivano davanti a un giudice. Uno Stato forte è quello che possiede anticorpi istituzionali sufficienti per evitare che ci arrivino.
E questa, oggi, è la domanda che il caso Christov, volente o nolente, rimette al centro del dibattito pubblico del Paese.

Condividi su:

Puoi leggere questo articolo gratuitamente grazie al contributo di

Articoli correlati

Panoramica privacy
Insider.sm

Questo sito utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie vengono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni essenziali, come riconoscerti quando torni sul nostro sito e aiutare il nostro team a capire quali sezioni trovi più interessanti e utili.

Cookie strettamente necessari

I cookie strettamente necessari dovrebbero essere sempre attivati per poter salvare le tue preferenze per le impostazioni dei cookie.