Intervista alla consigliera Gemma Cesarini (Libera)
Sempre più giovani sammarinesi scelgono di studiare e lavorare all’estero. Secondo lei, quali sono le cause principali di questa fuga e dove ha mancato la politica?
Studiare o lavorare all’estero è un valore aggiunto, quindi non considero negativo che un giovane sammarinese scelga questa strada. Io stessa ho studiato fuori e ho fatto esperienze lavorative all’estero che mi hanno formato non solo a livello professionale, ma soprattutto personale e caratteriale.
Non potremmo nemmeno avere la pretesa di offrire tutta l’offerta formativa richiesta dai nostri giovani: sarebbe presuntuoso e rischierebbe di abbassare la qualità complessiva. Piuttosto, è ambizioso offrire competenze di alto livello in settori specifici che la politica ritiene strategici ma anche che lo stesso mercato richiede. Su questa strada abbiamo già fatto passi importanti: la facoltà di ingegneria, i corsi di design, i percorsi avanzati in strategia e pianificazione di eventi e impianti sportivi (tra i migliori 15 in Europa), oltre a specializzazioni in ambito medico e giuridico e la Scuola di Alta Formazione per professionisti.
La vera sfida, oltre a rafforzare e ampliare queste eccellenze, è riuscire a trattenere le giovani generazioni e le competenze acquisite, e favorire il rientro di chi ha lavorato all’estero, portando con sé know-how e esperienze che possono rappresentare un vero volano per lo sviluppo del Paese. Per farlo, dobbiamo offrire opportunità concrete nel mercato sammarinese, così che i talenti possano trovare qui il loro sbocco professionale.
San Marino rischia di diventare un Paese che forma talenti per altri sistemi. Quali strumenti concreti servono per invertire la rotta?
La vera criticità non è che i giovani facciano esperienze di studio o lavoro all’estero. Anzi, dobbiamo dare loro tutti gli strumenti e le risorse perché possano crescere e formarsi dove ritengono sia meglio per loro.
La sfida è saperli attrarre di nuovo nel nostro territorio, offrendo opportunità lavorative adeguate alle competenze che hanno acquisito, con stipendi e prospettive coerenti con il loro valore. La politica può certamente contribuire individuando alcuni settori strategici capaci di diventare motori di sviluppo, non solo economico ma anche professionale, per quei giovani che hanno scelto di studiare fuori. Personalmente, però, ritengo ancora più efficace creare le condizioni affinché questi poli di eccellenza nascano e si consolidino in modo naturale, grazie a un contesto favorevole all’innovazione e all’iniziativa.
Lo sviluppo, in fondo, è prima di tutto umano: parte dalle persone, dal loro talento, dalla loro capacità di innovare, e allo stesso tempo crea opportunità per il Paese.
Per farlo concretamente, dobbiamo valorizzare il capitale umano: offrire programmi di mentoring, borse di rientro per chi vuole tornare, e percorsi di alta formazione specialistica. Allo stesso tempo, dobbiamo aprirci all’internazionalizzazione: sfruttare l’Accordo di Associazione con l’UE, promuovere collaborazioni con università e aziende estere, programmi di scambio e progetti di ricerca applicata, portando innovazione e competenze sul nostro territorio.
Molti ragazzi percepiscono la politica come distante. Come si ricostruisce fiducia?
Credo che questa distanza sia il frutto di anni di sfiducia, unita alla sensazione di non sentirsi parte della comunità. Molti luoghi che un tempo creavano aggregazione sono stati sostituiti da spazi virtuali, dove il fattore umano ed emotivo è venuto a mancare. Così si è consolidata l’idea che la politica non si interessi più dei giovani e che “tanto sarebbe inutile”, perché non si occupa delle cose che contano davvero per noi.
Molti giovani percepiscono la politica come una lingua difficile e lontana, e per questo non si sentono rappresentati.
A loro vorrei dire: non arrendetevi. Solo perché è difficile non significa che non ne valga la pena. Qualcuno pronto ad ascoltarvi c’è, e non parlo solo per me: ogni giovane che si è avvicinato alla politica, da qualche parte, ha iniziato proprio così.
Come si ricostruisce la fiducia? La fiducia bisogna guadagnarsela, costruirla nel tempo, dedicando energie, risorse e attenzione a ciò in cui si crede. Se i giovani chiedono spazi dedicati, luoghi di incontro e ascolto reale, forse è ora di cominciare a crearli. Anzi, siamo già in ritardo.
E poi, come si costruisce davvero? Sinceramente, mi piacerebbe sentirlo direttamente dai ragazzi! Se leggete queste parole, scriveteci. Non siamo così lontani come sembra. Abbiamo bisogno, come il pane, delle vostre opinioni, delle vostre idee, delle vostre domande. Senza di voi, la politica perde significato.
Se un giovane oggi volesse aprire un’impresa a San Marino, quali sarebbero i primi ostacoli che incontrerebbe?
Non c’è una risposta univoca. Qualcuno direbbe le risorse economiche, altri la burocrazia, altri ancora la difficoltà di trovare l’idea o il mercato giusto.
Io credo però che un ostacolo grande sia anche culturale. È il nostro modo di guardare al rischio, all’incertezza, al fallimento, all’errore. Nella nostra mentalità l’errore è qualcosa che non ci possiamo permettere. In realtà, senza tentativi e senza sbagliare non si può né correggere né crescere. L’errore, se affrontato con consapevolezza, diventa uno strumento prezioso: permette di capire cosa non ha funzionato e di ripartire ancora meglio.
In un contesto piccolo come il nostro, esporsi è più difficile: ci si conosce tutti e spesso si teme più il giudizio che l’insuccesso. Ma senza una cultura che accetti il rischio, l’impresa semplicemente non nasce.
Poi ci sono ostacoli concreti, e non vanno ignorati: procedure da semplificare, tempi certi, accesso al credito che per un giovane non è affatto immediato. Qui la politica ha una responsabilità precisa: ridurre tutti questi “attriti”. Anche l’Accordo di Associazione gioca un ruolo cruciale: l’accesso al credito e la libera circolazione dei capitali sono strumenti strategici per favorire chi vuole investire e innovare.
Aprire un’impresa non deve essere un percorso a ostacoli. Deve restare una scelta, certamente impegnativa perché fare impresa è anche una responsabilità, ma non può e non deve trasformarsi in una prova di resistenza contro il sistema.
Se vogliamo più giovani imprenditori, dobbiamo lavorare su entrambe le dimensioni: costruire una vera cultura del rischio e garantire un facile accesso al mondo imprenditoriale e che riconosca e valorizzi la loro esperienza formativa e/o lavorativa.
San Marino può diventare un laboratorio per startup e innovazione? Su quali leve puntare?
Sì, ma solo se smettiamo di accontentarci delle buone intenzioni. Una normativa sulle startup c’é giá oggi e abbiamo piú di 100 imprese ma non basta: serve un chiaro orientamento puntando alla qualitá delle startup e non solo alla quantitá. Per esempio definendo dei criteri che diano una maggiore importanza ai titoli di studio o a chi ha sviluppato dei brevetti, fatto ricerche per l’universitá, collaborazioni, dottorati ecc.
San Marino non può fare tutto, ma può diventare eccellente in alcuni settori che possono nascere anche da soli, non perforza da una linea o un settore prestabiliti.
Penso alla transizione digitale, alla sport economy, alle tecnologie legate alla salute e alla sostenibilità. Ma dobbiamo decidere come concentrare risorse, non disperderle.
Nonostante siamo portati a pensare l’esatto contrario in realtà la nostra forza è proprio la dimensione: possiamo essere più veloci, più flessibili, più coraggiosi di altri. Ma questo significa garantire tempi certi, meno burocrazia, accesso al capitale e un collegamento reale tra università e impresa.
Se vogliamo essere un laboratorio, dobbiamo accettare anche di sperimentare. E la politica deve avere il coraggio di osare in questo ed assumersi la responsabilità delle scelte.
Il rischio è inseguire modelli esterni o costruire un modello sammarinese? Quali caratteristiche dovrebbe avere?
Copiare non è mai una strategia. Dobbiamo costruire un modello sammarinese, prendendo ispirazione da chi funziona, ma senza complessi di inferiorità e senza guardare sempre e solo all’Italia.
La nostra dimensione non è un limite: è un vantaggio competitivo. Possiamo decidere più rapidamente, adattarci prima, correggere gli errori senza paralizzarci.
Il modello che immagino è basato su tre pilastri: certezza del diritto, velocità decisionale e alta specializzazione. Pochi settori ma che nascono con naturalezza perché il contesto ha favorito la loro nascita e il loro sviluppo autonomo, perche vorrebbe dire che abbiamo creato le condizioni giuste con regole chiare e stabili er un sistema pubblico che non ostacoli ma che accompagni. Se pubblico e privato lavorano insieme, San Marino può diventare un micro-Stato moderno e competitivo, non una copia in miniatura di altri.
Che ruolo può avere l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea nella creazione di opportunità per i giovani?
L’Accordo di Associazione con l’Unione Europea non è uno slogan e non è solo Erasmus. È una scelta strategica.
Entrare nel mercato unico significa dare ai nostri giovani, così come alle nostre imprese e a tutti gli attori coinvolti, le stesse regole e le stesse opportunità di quelle europee. Significa attrarre investimenti, creare lavoro qualificato e rendere il nostro sistema più competitivo.
Sì, comporta l’adeguamento a parte dell’acquis comunitario. Ma a quegli obblighi corrispondono diritti e opportunità che oggi non abbiamo.
Per i giovani la vera posta in gioco è questa: poter restare a San Marino senza sentirsi periferia. L’Accordo è lo strumento per non restare isolati e per giocare la partita europea da protagonisti, non da spettatori.
Cosa direbbe oggi a un ragazzo sammarinese che pensa di non avere spazio qui?
Gli direi di non escludersi a priori. Se pensa di non avere spazio, allora deve pretenderlo.
Non deve accettare l’idea che le decisioni siano già prese o che “tanto non cambia nulla”, perché non è così. La strada è difficile, sì. Direi una sciocchezza se sostenessi il contrario. Ma non è predeterminata: siamo noi, con le nostre scelte e con il nostro impegno a tracciarla. E la politica ha bisogno di essere messa in discussione. Senza dialettica, senza confronto vero, anche senza scontro di idee, un Paese si ferma.
Ai giovani direi questo: abbiate grinta. Siate curiosi. Interessatevi, fate domande, pretendete risposte. Ma fatelo pur sapendo che non è semplice. Partecipare, costruire, cambiare richiede tempo, studio, costanza. E nulla di ciò che vale davvero si conquista senza fatica.
Parlate. Diteci cosa vi piace e cosa non funziona, cosa vi fa arrabbiare ma anche cosa vi entusiasma e vi emoziona, cosa vi sembra ingiusto e cosa invece vi fa sentire nel posto giusto. Fatelo in modo diretto, senza paura: nessuno è qui per giudicare. Anzi, abbiamo bisogno dei vostri spunti. Il silenzio è l’unica cosa che non possiamo permetterci.
San Marino è un Paese straordinario, ma non è affatto perfetto. Per migliorare ha bisogno dell’energia, della competenza e perfino dell’irrequietezza dei suoi giovani. Lo spazio non si aspetta: si costruisce e anche se costruirlo richiede impegno ne vale la pena. La soddisfazione sta nelle sfide affrontate fino in fondo. Noi che siamo in politica abbiamo il dovere di aprire le porte, ma voi avete il diritto e il dovere di attraversarle.




