Il consigliere Matteo Zeppa (Movimento Civico RETE) ha affermato di essere sempre più convinto di una posizione che aveva già espresso in precedenti interventi sul tema, sostenendo che la situazione in discussione rappresentasse chiaramente quello che ha definito “l’elefante nella stanza”. Ha osservato che tale evidenza veniva spesso ignorata, in particolare nei riferimenti della maggioranza, che a suo giudizio tendevano a dimenticare quanto riportato dal Congresso di Stato nella relazione presentata a suo tempo dal Segretario di Stato Stefano Canti. Ha richiamato la necessità di un minimo di onestà intellettuale, sottolineando che chi aveva partecipato ai lavori della Commissione Giustizia aveva letto la documentazione relativa ai fatti e che proprio da quella lettura era nata la sensazione condivisa di trovarsi davanti all’“elefante nella stanza” all’interno dell’Aula consiliare.
Zeppa ha evidenziato una contraddizione che riteneva centrale: da un lato era stato affermato che il Congresso di Stato non fosse a conoscenza dei fatti, ma dall’altro era stato lo stesso Segretario di Stato a dichiarare, nel proprio riferimento, che a un certo punto, una volta venuto a conoscenza della vicenda, aveva informato il Congresso di Stato. A fronte di ciò, il consigliere si è chiesto, come già fatto in precedenza, che cosa stessero facendo gli altri nove membri del Congresso di Stato mentre il Segretario riferiva tali informazioni. Ha spiegato che la tesi che si era costruito, basata sulle dichiarazioni del Segretario in un riferimento politico in Consiglio, aveva trovato ulteriore conferma dopo la lettura dei documenti in Commissione Giustizia.
A scanso di equivoci, Zeppa ha affermato che i fatti commessi dal soggetto erano noti a quattro soggetti sammarinesi esattamente il giorno successivo al loro verificarsi. Ha ribadito che questo rappresentava l’“elefante nella stanza”, poiché non era concepibile che vi fossero così tanti organismi chiamati a rispondere responsabilmente di un “non fatto”, ossia di ciò che non era stato fatto, quando invece qualcuno, nel corso degli anni, avrebbe dovuto agire. Secondo il consigliere, questa circostanza emergeva in modo plastico da quanto letto in Commissione Giustizia.
Ha quindi criticato la proposta di istituire una commissione amministrativa, affermando che, dal punto di vista del suo gruppo, tale soluzione non fosse accettabile, per le stesse ragioni già illustrate dai consiglieri Troina e Carattoni. Pur riconoscendo che si trattava di un punto di vista diverso, Zeppa ha sostenuto che, se le responsabilità dovevano essere accertate, ciò doveva avvenire attraverso gli strumenti propri di una commissione di inchiesta. Ha ribadito, rivolgendosi al Segretario, che “cane non morde cane” e che egli sapeva bene che questo principio si applicava anche al caso in esame. Ha affermato che qualcuno aveva nascosto qualcosa e che vi fosse molto di più sotto la superficie di quanto oggi si voleva mostrare a chi non conosceva a fondo i fatti, sostenendo che il Segretario fosse pienamente consapevole di questa realtà.
Zeppa ha quindi affermato che, di fronte a reati di tale gravità, fosse necessario assumersi responsabilmente l’onere di andare fino in fondo, non per una battaglia politica, ma perché situazioni analoghe avrebbero potuto ripetersi, anche in relazione ad altre tipologie di reato. Ha aggiunto che, se la maggioranza si sentiva rassicurata dall’idea che una commissione affidata a persone da essa nominate potesse risolvere il problema, egli non intendeva esprimere giudizi sulle persone scelte, ma riteneva che a esse fosse stata attribuita una delega enorme, mentre la questione avrebbe dovuto essere affrontata politicamente in modo diverso.
Ha concluso sottolineando che il problema si sarebbe posto in modo ancora più evidente nel momento in cui il reo avrebbe scontato l’intera pena nelle carceri sammarinesi, rendendo necessario interrogarsi sul percorso da intraprendere per il suo reinserimento nella società. In questo contesto, Zeppa ha evidenziato quella che ha definito un’ulteriore grave carenza, ossia il fatto che la Repubblica di San Marino non disponesse delle strutture necessarie per garantire un vero percorso riabilitativo, ammesso che un percorso di questo tipo fosse effettivamente possibile per reati di tale natura o per altri analoghi.




