Riferimento del Segretario di Stato per gli Affari Esteri in merito all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea: Commissione Affari Esteri 14 novembre 2025
Segretario di Stato Luca Beccari: Andiamo indietro al primo ottobre. Viene qua il commissario Sefkovic con la delegazione che segue il negoziato di San Marino e da quell’incontro la Commissione ci comunica alcune cose. La prima cosa riguarda le questioni aperte rispetto all’accordo, cioè quindi punti ancora di discussione che riguardano i contenuti dell’accordo. Tutto gestito dalla Commissione e tutto risolto. L’unica discussione aperta è la discussione sulla natura dell’accordo, rispetto alla quale c’è una discussione in seno al Consiglio Europeo fra la stragrande maggioranza degli Stati che appoggiano la natura esclusiva dell’accordo e un gruppo più ristretto alla natura mista dell’accordo. Ora, anche in previsione di quello che sarà il dibattito consiliare, ci tengo a soffermarmi un attimo di nuovo su questo aspetto. La natura dell’accordo la possiamo paragonare a una sorta di vestito. È il vestito che ha l’accordo. Natura esclusiva vuol dire che l’accordo è esclusiva della Commissione. Quindi vuol dire che il Parlamento e il Consiglio riconoscono che la Commissione è quella che ha la competenza esclusiva su questo accordo. Quindi, lato Unione Europea, il processo di ratifica si perfeziona all’interno degli organismi europei: Parlamento, Consiglio e fine. Natura mista vuol dire che l’accordo ha anche una riserva di competenza degli Stati membri e che quindi il processo di ratifica comporta anche una espressione dei parlamenti nazionali. Perché questo? Perché all’interno del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, in materia di accordi internazionali, le regole europee prevedono che ci siano alcune materie o comunque alcuni ambiti rispetto ai quali è comunque necessaria anche un’espressione dei singoli Stati. Già all’inizio dei negoziati, si pensava che l’accordo avrebbe avuto natura mista. Poi, in realtà, i testi che sono stati negoziati e che la Commissione ha portato avanti, anche in virtù delle sue valutazioni e ragionamenti, sono testi che prevedono la natura esclusiva. Ma non quello che ho negoziato solo io: anche quello che negoziava il mio predecessore era un accordo vestito per la natura esclusiva. Questo dibattito è quello che tiene ancora un po’ bloccata la situazione, perché finché non abbiamo capito che vestito ha l’accordo, noi non possiamo arrivare a firmarlo. Quello che il commissario Sefkovic a ottobre ci ha detto è: indipendentemente dalla natura dell’accordo, cioè indipendentemente da quello che sceglieremo come vestito, stiamo facendo tutto quello che è necessario perché si arrivi alla firma entro l’anno e a una produzione di effetti dell’accordo a partire dalla primavera. Una volta sciolto il nodo si può procedere alla firma e poi, se anche la natura sarà mista e quindi la ratifica di tutti i 27 Stati dovesse impiegare anni, comunque ci sarebbe la possibilità di un’applicazione provvisoria dell’accordo che permetterebbe ugualmente la produzione di effetti a partire dall’inizio della primavera. Perché dicono dall’inizio della primavera? Perché comunque poi ci sono dei tempi tecnici per completare quei passaggi necessari a quella che è l’applicazione in via provvisoria dell’accordo. Ammettiamo che l’accordo abbia una natura mista: se l’accordo viene firmato entro l’anno, comunque poi deve essere fatta almeno la ratifica di San Marino, deve essere notificata alla Commissione la volontà di provvedere con l’applicazione provvisoria e comunque anche l’Unione Europea deve fare dei suoi passaggi interni. Quindi tecnicamente si può immaginare che ci vorranno quei due-tre mesi per espletare queste procedure, che scatterebbero subito dopo la firma, ma che non possono essere fatte prima, evidentemente. Questa è quindi la posizione della Commissione. Io la prossima settimana sarò a Bruxelles, mi auguro di avere delle notizie di maggior dettaglio. La presidenza danese ha espresso una ferma volontà di sciogliere questo nodo e quindi di arrivare a questa decisione. E, chiaramente, nello scegliere tra l’una e l’altra ci possono essere anche delle soluzioni tecniche che sono emerse, che potrebbero semplificare il quadro. Adesso vado un attimo più nel dettaglio e mi aggancio al tema della ormai famosa lettera di Macron. Allora, la lettera di Macron non è un’iniziativa che nasce dal niente e che arriva improvvisa. È una risposta del Presidente francese a San Marino e Andorra che hanno pensato, nel mese di ottobre, di formalizzare anche direttamente alla Francia, che è comunque il Paese che ha una posizione più netta sul tema della competenza mista, il fatto che siamo da anni in attesa di concludere questo processo. Quindi chiedevamo alla Francia di poter considerare tutto quello che era possibile fare per accelerare questo processo, ovviamente senza invadere campi d’azione e scelte che sono di natura di competenza dei Paesi membri. Dopo qualche settimana ci arriva la risposta della Francia. La lettera sostanzialmente da una parte spiega le motivazioni per le quali la Francia ritiene che l’accordo debba avere natura mista, che ricadono appunto nelle regole di funzionamento dell’Unione Europea e su un principio di difesa delle autonomie che gli Stati hanno, che la legge gli riserva a livello europeo sui temi dei trattati nazionali, e sottolineando proprio che è una questione per la Francia più di principio che di sostanza. Non certo perché la Francia ha dei motivi di rallentare, ostacolare o impedire questo percorso che lei sostiene fortemente. Quindi, da una parte, la Francia ci dice che sostiene questo accordo, questo percorso. Dall’altra, ci dice che il tema della natura mista è un tema di discussione interno al Consiglio rispetto alla quale lei ha una posizione storica che continua a mantenere. E dall’altra ci dice due cose che in realtà aprono un ragionamento che, secondo me, saremo in grado di approfondire meglio la prossima settimana. Cosa ci dice la Francia? La Francia ci dice: per noi non tutto l’accordo ha natura mista. Fino ad oggi noi abbiamo sempre discusso delle due opzioni come due opzioni assolute: o tutto misto o tutto esclusivo. Non abbiamo ragionato su cosa è misto e cosa esclusivo. Vi sono comunque delle parti, ancorché meno rilevanti, che comunque ricadono nella sfera mista dell’accordo. Pertanto la Francia ci dice: le opzioni che noi vediamo per velocizzare il processo possono essere due. O la prima, che lei sconsiglia ma che anch’io non accetterei, sarebbe quella di riaprire il negoziato. Sarebbero aspetti obiettivamente che non comprometterebbero l’accordo, ma direi che è una scelta che ci porta alle calende greche: come minimo perdiamo un altro anno, se non di più, al di là dei contenuti. Dall’altra parte ci dice: tenuto conto che, se si accettasse il concetto misto riferito a questa piccolissima parte dell’accordo, tutto il resto che avrebbe natura esclusiva andrebbe avanti e andrebbe avanti in una logica di applicazione provvisoria. Quindi la Francia apre un ragionamento che di fatto rende un po’ ibrido, cioè rende l’accordo con due nature: una esclusiva e una mista. E dice, a maggior conforto: siamo consapevoli che per Andorra la natura mista dell’accordo richiederebbe, per l’applicazione provvisoria, un cambio delle regole interne procedurali. Tuttavia fa capire che è ovvio che, se Andorra considerasse questa cosa, potrebbe anche lei beneficiarne e comunque l’accordo entrerebbe in vigore. Nella sostanza la Francia dice: non vi spaccate la testa su una natura esclusiva dell’accordo come conditio sine qua non. Proviamo a ragionare anche sulla natura mista, perché questo non comprometterebbe i tempi e anzi ci permetterebbe di andare avanti e di trovare una soluzione di compromesso che mette d’accordo tutti. Questo è il senso politico. Obiettivamente ho bisogno di capire se questa ipotesi è uno scenario che effettivamente è perimetrato. Ad esempio, la definizione delle parti miste: la Francia ne cita un paio. È un processo che richiederà una discussione di sei mesi all’interno del Consiglio? È un processo che si può scorporare dal passaggio della firma? L’applicazione provvisoria per Andorra non è un’opzione. Quindi tutto quello che per Andorra comporterebbe un’applicazione provvisoria e non una ratifica più veloce, che è quella che avrebbe la natura esclusiva dell’accordo, fa sì che per loro tutto sia un ritardo, non tanto sul concetto della firma, ma piuttosto sull’entrata in vigore e anche su quelle che sono poi le loro dinamiche. Però evidentemente loro rischierebbero di stare anche anni senza un’applicazione dell’accordo, quando San Marino invece ce l’avrebbe nel giro di qualche mese. Quindi il punto di vista andorrano su questi temi non è uguale a quello sanmarinese e le sensibilità andorrane non sono le stesse sanmarinesi, seppure in questo percorso siamo stati allineati. Lato andorrano la notizia è partita, noi ovviamente ce la siamo ritrovata sui giornali, ma questa interlocuzione che noi abbiamo avuto con la Francia è identica a tante interlocuzioni non scritte. Io penso che, dal nostro punto di vista, certe informazioni o comunque la pubblicità di certi passaggi che non dicono cose che stravolgono il quadro, ma che sono perfettamente in linea con quelli che sono i ragionamenti che stiamo facendo, devono essere anche gestite in un certo modo. Ci sono anche dei tempi di comunicazione sui quali, giustamente, ci dobbiamo anche noi un po’ prendere la responsabilità di dire: aspetta un attimo, raccogliamo le informazioni e poi cerchiamo di dire quello che si può dire. E vi ripeto: sul negoziato noi abbiamo usato una trasparenza importante, perché abbiamo sempre in Commissione mista, in Commissione Affari Esteri, fatto vedere testi che non potremmo pubblicare, fatto vedere note che non potremmo pubblicare. Detto questo, credo che invece il tema politico sia quello che vi ho detto prima: una situazione che ha delle opzioni valide e rapide di risoluzione di questa discussione. Noi dobbiamo approcciarci a questa vicenda in una maniera assolutamente attenta, perché non possiamo interferire più di tanto su delle discussioni che, ripeto, non ci competono. È nostro diritto, è nostro normale interesse fare moral suasion e fare tutta l’attività possibile per cercare di favorire questo passaggio, ma non possiamo neanche dire alla Commissione, al Consiglio o agli Stati membri cosa devono fare, perché è il modo migliore per creare poi altri incidenti che invece davvero bloccano il percorso. Io credo che noi siamo arrivati a un punto rispetto al quale ormai le questioni si stanno mettendo in fila e arriveremo a questa benedetta firma. Adesso noi abbiamo, secondo me, due opzioni: o noi continuiamo a ingaggiare il dibattito politico solo ed esclusivamente sull’aspetto del “si firma, non si firma, quando si firma”. Quello che secondo me noi dobbiamo cominciare a fare è: bene, si firmerà, l’accordo entrerà in vigore. Dipende da noi l’entrata in vigore, anche provvisoria, cioè siamo noi a quel punto a decidere quando. E noi però adesso dobbiamo anche cominciare a dire: benissimo, ci sono però delle scelte da fare. La relazione della prossima settimana è una relazione che pone delle questioni sulle quali, secondo me, il Consiglio si deve esprimere, che sono tra l’altro prerogativa del Consiglio; perché noi chiediamo al Consiglio se, o in che modo, intende condividere un approccio all’implementazione che incide sulle attività consiliari. Perché il Consiglio può scegliere di avocare a sé tutti gli adempimenti, oppure di seguire un approccio come quello che sta negli altri Stati, di selezionare l’importanza dei temi rispetto ai quali vuole un confronto ordinario, o vuole un confronto semplificato, o non vuole un confronto perché fa un rinvio dinamico o comunque un rinvio automatico a norme esterne. Perché da lì dipenderà la cosa più importante: quanto noi saremo capaci poi di rispettare i tempi e le tabelle di marcia che l’entrata in vigore determinerà. Io credo che ormai, politicamente, il consenso politico di tutti gli Stati membri ce l’abbiamo. Ci sono Stati che avevano questioni di approfondimento, di chiarimento. Abbiamo parlato con tutti, abbiamo rapporti con tutti, tutti ci dicono: “Siamo con voi, siamo della partita, vogliamo agevolarvi, come vi possiamo aiutare?”. La stessa Francia ti dice: “Ci sono”. Non ci dice: “Non ci sono”. Tutti i giorni, sono attaccato sistematicamente da chi dice che sono solo io che voglio l’accordo, che è una mia impuntatura e che stiamo portando San Marino alla deriva. Allora, non possono essere queste le due dimensioni del dibattito sull’Europa che noi produciamo: da una parte le congetture e i tentativi di screditare me o il governo su questo accordo, perché c’è chi non lo vuole, e dall’altra parte solo la concentrazione su quando è la firma, perché qualunque cosa succeda deve esserci la firma. Sì, la firma è importante, è fondamentale, senza quella non si va avanti, ma se pensiamo solo alla firma e non pensiamo al resto, poi il problema è che la firma arriva, ma dopo c’è il resto da gestire. Quindi credo che sia importante già da oggi cimentarci su questi temi. Spero di avere qualche notizia in più la prossima settimana e poi faremo le nostre valutazioni strategiche, perché poi San Marino dovrà capire che cosa fare. Dobbiamo capire che riforme devono andare prima o dopo anche in funzione dell’accordo, cioè c’è un problema anche di propedeuticità delle cose che un governo può fare. Vi immaginate voi fare certe riforme e poi aspettare due anni che abbiano il controbilanciamento, dall’altra parte, degli effetti dell’accordo? Sarebbe impossibile.




