A San Marino, in questi giorni, la questione palestinese si muove su un crinale sottile tra politica estera, sensibilità umanitaria e tenuta interna della maggioranza. Secondo indiscrezioni raccolte dalla nostra redazione, sarebbe in preparazione un decreto legge destinato a chiarire i molti dubbi circolati nelle ultime settimane sull’accoglienza di profughi palestinesi. Nulla di ufficiale, per ora. Ma il testo, a quanto filtra, potrebbe approdare in ratifica già nel prossimi giorni
Il tema, del resto, è entrato a pieno titolo nell’agenda di governo. Prima con il riconoscimento politico, poi con questo possibile provvedimento, la Palestina è stata portata in cima alle priorità dalle forze di sinistra. Una scelta che ha aperto un confronto non solo tra maggioranza e opposizione, ma dentro la stessa coalizione, dove convivono sensibilità diverse su tempi, modalità e perimetro dell’accoglienza.
Le indiscrezioni parlano di emendamenti che proverebbero a dare una forma più definita al provvedimento. Tre i punti che emergono con maggiore insistenza.
Il primo: priorità ai minori accompagnati e ai nuclei familiari con necessità sanitarie, per ancorare l’intervento a una dimensione chiaramente umanitaria.
Il secondo: niente alloggi pubblici, ma l’obbligo di verificare in anticipo la disponibilità di famiglie ospitanti in abitazioni private.
Il terzo: l’accesso legato a visti Schengen e autorizzazioni all’espatrio, a garanzia di un percorso conforme alle regole internazionali. Sullo sfondo, la durata: permessi temporanei di un anno, con l’idea di un rientro nel Paese d’origine.
Il dibattito pubblico, intanto, si è acceso. Da un lato, associazioni e collettivi parlano di “gesto di civiltà e umanità”. Dall’altro, non mancano voci critiche che temono una scelta più simbolica che sostenibile, o che leggono il dossier come una bandiera ideologica più che come una politica strutturata.
Qui entra in gioco un elemento che tocca il cuore dell’identità sammarinese. L’accoglienza è parte della storia della Repubblica, un valore che ha attraversato secoli di neutralità, rifugio e dialogo. Ma proprio perché è un valore profondo, non può essere ridotto a tifoseria, a schieramento emotivo, a gesto che si consuma nella dichiarazione di principio.
La domanda che serpeggia, anche nei corridoi della maggioranza, è un’altra: qual è la reale capacità di aiuto di un Paese piccolo come San Marino? Non solo in termini di numeri, ma di servizi, sanità, integrazione, accompagnamento. Perché l’accoglienza, quando scende dalle parole alla vita quotidiana, chiede strutture, risorse, responsabilità condivise.
Se il decreto arriverà davvero, come le nostre indiscrezioni suggeriscono, non sarà solo un atto normativo. Sarà un passaggio politico e culturale. Metterà alla prova la capacità della Repubblica di tenere insieme umanità e misura, identità e sostenibilità, apertura e realismo.
Forse, come direbbe una penna attenta alle sfumature, il vero equilibrio non sta nel chiudere o spalancare una porta, ma nel sapere perché la si apre, per chi, e con quali strumenti per restare all’altezza della promessa che quell’apertura porta con sé. Perché aiutare, in uno Stato piccolo, è un gesto grande. Ma diventa davvero tale solo quando non si ferma al simbolo e si traduce in responsabilità concreta.




