Il cessate il fuoco concordato tra Stati Uniti e Iran non ha fermato l’allargamento del conflitto in Medio Oriente. Se da un lato Washington e Teheran hanno accettato una tregua di due settimane mediata dal Pakistan, dall’altro il fronte militare si è immediatamente riacceso in Libano, dove Israele ha lanciato quelli che vengono descritti come i raid più pesanti dall’inizio della guerra.
Secondo la protezione civile libanese, nelle ultime ore sono morte 254 persone, di cui 91 a Beirut. Il dato arriva mentre sul terreno cresce la tensione per la prosecuzione delle operazioni israeliane contro Hezbollah, escluso esplicitamente dall’intesa tra Usa e Iran. “Continueremo a colpirli”, ha chiarito il premier israeliano Benjamin Netanyahu, confermando che il cessate il fuoco non riguarda il movimento sciita libanese.
Il rischio, ora, è che anche la tregua tra Washington e Teheran possa saltare in tempi brevi. Un’agenzia iraniana, citando una fonte anonima, riferisce infatti che Teheran sarebbe pronta a ritirarsi dall’accordo se gli attacchi in Libano dovessero proseguire. Un segnale che conferma quanto l’intesa resti fragile e strettamente legata all’evoluzione degli altri fronti aperti nella regione.
Sul piano diplomatico, la Casa Bianca ha confermato che sarà il vicepresidente JD Vance a guidare la delegazione americana ai colloqui di pace previsti a Islamabad a partire da venerdì. Per l’Iran saranno presenti il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in una delegazione che riflette anche il vuoto lasciato dalla morte di numerosi esponenti storici della leadership iraniana durante la guerra.
Intanto resta centrale il nodo dello Stretto di Hormuz, che al momento non risulta ancora pienamente riaperto. La televisione di Stato iraniana ha sostenuto che una prima nave avrebbe già attraversato il passaggio con il via libera di Teheran, ma diverse fonti marittime riferiscono che la marina iraniana avrebbe continuato a minacciare le imbarcazioni in transito. Secondo un alto funzionario iraniano, il blocco potrebbe essere revocato tra giovedì e venerdì, in vista dei colloqui, ma il passaggio resterebbe comunque subordinato a un’autorizzazione iraniana.
Su questo punto, però, le versioni di Donald Trump e di Teheran restano in netto contrasto. Il presidente americano ha sostenuto che il cessate il fuoco implichi l’apertura dello Stretto, mentre il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano afferma che gli Stati Uniti avrebbero accettato, almeno in linea di principio, il controllo iraniano del canale. Una divergenza che pesa direttamente anche sul fronte economico.
Nonostante l’incertezza, i mercati hanno reagito con un primo segnale di sollievo. Il Brent è sceso fino a 95,20 dollari al barile, con un calo del 14% rispetto ai picchi di fine marzo, mentre il WTI si è mosso attorno ai 95 dollari. Anche Wall Street ha registrato un rimbalzo, tornando sui livelli più alti dell’ultimo mese.
Il quadro, però, resta estremamente instabile. I prezzi del greggio potrebbero tornare a salire rapidamente in caso di nuove ostilità o se l’Iran decidesse di mantenere il blocco navale. Inoltre, i danni subiti dalle infrastrutture energetiche nell’area rischiano di rallentare a lungo il ritorno alla normalità. Secondo Hapag-Lloyd, il traffico nello Stretto potrebbe impiegare almeno sei settimane per tornare ai livelli ordinari.




