La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase sempre più pericolosa, segnata da dichiarazioni forti e operazioni militari che si susseguono nel corso della giornata. A incendiare ulteriormente il clima sono state le parole del presidente americano Donald Trump, che ha parlato apertamente della possibilità che “stanotte possa morire un’intera civiltà”, salvo poi aggiungere che potrebbe anche verificarsi qualcosa di “inaspettatamente positivo”.
Mentre la diplomazia resta in stallo, sul campo si registrano attacchi coordinati tra forze statunitensi e israeliane. Tra i bersagli indicati dai media ci sono infrastrutture strategiche in Iran, tra cui ponti ferroviari e l’isola di Kharg, punto chiave per l’export petrolifero. In quest’ultima area sarebbero stati colpiti decine di obiettivi militari, con esplosioni segnalate da più fonti.
Parallelamente, la Casa Bianca ha cercato di abbassare i toni su uno dei timori più gravi, chiarendo che non sarebbe in valutazione l’uso di armi nucleari. Una precisazione che però non basta a rassicurare, vista la rapidità con cui la situazione sta degenerando.
Da Teheran arrivano segnali opposti ma altrettanto preoccupanti. Secondo media locali, sarebbero stati interrotti i canali di comunicazione con Washington, mentre le autorità hanno invitato la popolazione – in particolare i più giovani – a proteggere infrastrutture sensibili formando catene umane attorno a centrali elettriche e nodi strategici.
Il conflitto sta già producendo conseguenze pesanti. Organizzazioni indipendenti parlano di migliaia di vittime dall’inizio delle ostilità, tra cui anche bambini. E sul piano internazionale cresce l’allarme: l’ambasciata americana in Bahrein ha invitato il proprio personale a rimanere al riparo, segno di un rischio concreto di allargamento del fronte.
Intanto anche Israele, con il premier Benjamin Netanyahu, rivendica operazioni contro infrastrutture utilizzate dai Pasdaran, mentre da parte iraniana arrivano minacce di ritorsioni energetiche: stop a petrolio e gas verso i Paesi coinvolti.
Il quadro che emerge è quello di una crisi che si muove rapidamente tra guerra sul campo, pressione economica e propaganda, con il timore crescente che basti un passo falso per trasformare lo scontro in qualcosa di ancora più ampio e incontrollabile.




