Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver recuperato anche il secondo pilota del caccia americano abbattuto nei cieli iraniani. A confermarlo è stato il presidente Donald Trump, che ha parlato di un’operazione “tra le più audaci della storia americana”, assicurando che il militare è vivo, ferito ma fuori pericolo.
Sul fronte opposto, però, l’Iran sostiene che durante quelle stesse operazioni sarebbe stato colpito e distrutto un velivolo statunitense impegnato nella ricerca del pilota disperso. La versione di Teheran si accompagna a un altro dato pesante: secondo fonti iraniane, nell’area in cui si è svolta la missione di recupero si sarebbero registrati almeno 9 morti e 8 feriti in raid attribuiti agli Usa.
La crisi, intanto, si sta allargando ben oltre il singolo episodio militare. Nella notte sono stati segnalati attacchi con missili e droni contro infrastrutture strategiche nei Paesi del Golfo, tra cui impianti energetici e siti industriali negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait. Nel mirino, secondo le ricostruzioni, sarebbe finita anche l’industria dell’alluminio emiratina.
Resta altissima anche la tensione attorno allo Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il traffico energetico mondiale. Trump ha rilanciato l’ultimatum già fissato per il 6 aprile, minacciando conseguenze durissime in caso di mancato accordo. Dall’altra parte, Teheran ha risposto con toni altrettanto pesanti, promettendo una “sorpresa” agli Stati Uniti.
Nel frattempo si moltiplicano i fronti aperti: l’esercito israeliano ha riferito di lanci di missili dall’Iran verso Israele, mentre si segnalano nuove minacce anche sul Mar Rosso. Il quadro che emerge è quello di una crisi sempre più estesa, in cui il recupero del pilota americano rappresenta solo uno dei tasselli di uno scenario militare in rapido deterioramento.




