Le tensioni in Medio Oriente continuano a mettere sotto pressione i mercati globali. Wall Street ha chiuso ancora in negativo, anche se lontana dai minimi di giornata, segno di una volatilità crescente legata all’incertezza geopolitica.
Il Dow Jones ha ceduto lo 0,44%, mentre S&P 500 e Nasdaq hanno registrato ribassi più contenuti. Sul fronte energetico, il quadro resta teso: il petrolio Brent ha superato i 108 dollari al barile, toccando i livelli più alti degli ultimi due anni, mentre il WTI si è mantenuto poco sotto i 100 dollari.
Alla base di questa instabilità ci sono gli attacchi incrociati tra Israele e Iran, che hanno colpito snodi strategici per il gas e il petrolio nel Golfo. Danni rilevanti sono stati segnalati in Qatar, mentre altri impianti tra Emirati, Kuwait e Arabia Saudita hanno subito interruzioni o incendi. Il risultato è stato un’impennata del gas europeo, salito fino al 25% in una sola giornata.
Nonostante qualche segnale di possibile de-escalation, con aperture sullo Stretto di Hormuz, i mercati restano cauti. Il timore principale è che il conflitto si prolunghi, mantenendo alta la pressione sui prezzi energetici.
In questo contesto prende forma uno scenario preoccupante: inflazione elevata e crescita economica debole, ovvero la stagflazione. I dati sui prezzi alla produzione negli Stati Uniti hanno sorpreso al rialzo e la Federal Reserve ha rivisto le stime sull’inflazione futura. Di conseguenza, si riducono le aspettative di tagli dei tassi, mentre anche la Bank of England ha scelto di non intervenire.
Intanto, i principali Paesi industrializzati — insieme al Giappone — hanno lanciato un appello per proteggere le infrastrutture energetiche e garantire la sicurezza dei trasporti nello Stretto di Hormuz, impegnandosi a collaborare per stabilizzare i mercati e aumentare la produzione.
Il quadro resta fragile: tra guerra, energia cara e politiche monetarie ferme, l’economia globale si muove su un equilibrio sempre più sottile.




