E se la banca fosse solo il detonatore?
Da settimane si parla di tentata scalata alla Banca di San Marino, di misure cautelari, di un presunto “piano parallelo” evocato dal Tribunale di San Marino. Ma c’è un dettaglio che cambia tutto: il riferimento al possibile utilizzo del percorso di associazione con l’Unione Europea come leva di pressione.
Se il vero bersaglio fosse l’Accordo UE, la prospettiva si ribalta.
L’Accordo non è una firma simbolica. È integrazione normativa, maggiore vigilanza, allineamento agli standard europei, trasparenza rafforzata nei rapporti finanziari. Significa un salto di qualità nei controlli e nei flussi informativi. Significa che alcune dinamiche, oggi gestite in ambiti più autonomi, entrerebbero in una cornice europea più stringente.
Chi verrebbe toccato per primo? Il sistema finanziario. Non per responsabilità, ma per struttura. È il settore che vive di reputazione, regole, fiducia internazionale. Ogni cambiamento nel rapporto con Bruxelles ridisegna equilibri, margini operativi, modelli di business.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi ha più da perdere da un’accelerazione europea?
In uno Stato di dimensioni ridotte, ogni tensione esterna si amplifica. Se all’estero si diffonde l’idea di instabilità o di conflitto istituzionale, l’effetto immediato non è politico: è reputazionale. E quando la reputazione si incrina, il primo comparto a sentirne il peso è quello bancario.
Non serve accusare. Basta osservare la dinamica: conferenza a Bruxelles, parole pesanti sul “piano”, riferimento esplicito all’Accordo UE. Se qualcuno avesse pensato di usare il dossier europeo come strumento di pressione, l’impatto non sarebbe episodico. Sarebbe sistemico.
Perché rallentare l’Accordo significa congelare un processo di trasformazione. Accelerarlo significa accettare una fase di adattamento, anche dolorosa.
La tentata scalata può essere stata l’innesco. Ma la vera partita potrebbe essere un’altra: mantenere lo status quo o spingere verso l’integrazione piena.
Se l’obiettivo fosse stato colpire l’Accordo, la banca sarebbe solo il campo di battaglia visibile. La posta in gioco sarebbe il modello futuro del Paese.
E a quel punto la questione non sarebbe più giudiziaria. Sarebbe strutturale.
Perché quando in discussione c’è l’architettura di un intero sistema, la domanda non è chi vincerà questa fase.
La domanda è chi teme davvero il cambiamento.




