San Marino, il cortocircuito dei leoni da tastiera: insultano Israele, temono i palestinesi e chiedono censura in nome della libertà

da | 26 Gen 2026

Due notizie, due valanghe di commenti, un solo grande caos. Da una parte la nascita dell’Associazione San Marino–Israele, iniziativa privata fondata da cittadini sammarinesi. Dall’altra l’ipotesi di accogliere 30 palestinesi nel territorio della Repubblica. In mezzo, i social: non una discussione, ma una rissa permanente dove molti utenti riescono nell’impresa di darsi contro da soli nel giro di pochi post.

Sotto la notizia sull’associazione, il tono è immediatamente apocalittico. Si leggono accuse di “genocidio”, richieste di boicottaggio, insulti diretti allo Stato di Israele e, spesso, al popolo ebraico in generale. Qualcuno scrive: “Israele un popolo da disprezzare e isolare”, altri arrivano a “Fuori i criminali giudei dalla nostra repubblica”, mentre c’è chi commenta “Achtung Juden 🤮✡️” o invita a documentarsi su noti negazionisti dell’Olocausto. Tutto questo mentre, a parole, molti precisano: “Non è antisemitismo, è solo critica al governo Netanyahu”.

Peccato che poi, nei fatti, la distinzione tra governo e popolo salti completamente. Si passa senza soluzione di continuità dalla politica internazionale all’insulto collettivo. E soprattutto si ignora un dettaglio non proprio secondario: l’associazione è privata, non è un accordo diplomatico, non è una scelta del governo, non è una posizione ufficiale della Repubblica. Ma questo non ferma l’ondata di rabbia contro il Segretario di Stato agli Esteri e contro le istituzioni, trattate come se avessero firmato un’alleanza militare.

Il cortocircuito diventa ancora più evidente quando si guardano i commenti sull’altra notizia, quella sull’accoglienza dei 30 palestinesi. Qui la narrativa si ribalta completamente.

Le stesse persone che sotto l’articolo su Israele parlano di “inermi vittime”, “bambini massacrati” e “genocidio” iniziano a scrivere: “Pericoloso importare quella gente”, “Terroristi”, “Arrivano con i coltelli”, “Prima i sammarinesi”, “Dove faranno la moschea?”, “Futura Iran”.

C’è chi commenta: “Non capisco perché dobbiamo accoglierli a San Marino” e, poche righe prima, accusava Israele di volerli sterminare.

Tradotto: o sono vittime da aiutare, o sono una minaccia da respingere. Tenerle entrambe le cose insieme non è una posizione politica: è una contraddizione logica.

Il terzo paradosso riguarda la libertà. Sotto la notizia sull’associazione qualcuno difende, giustamente, il diritto di fondarla: “Essendo un paese democratico, ognuno ha il diritto di fondare il comitato che vuole”. Ma nello stesso flusso compaiono frasi come: “Io emanerei un decreto dove impedirei l’esposizione delle bandiere palestinesi” oppure “Vieterei queste cose”.

In pratica: viva la libertà, ma solo se non la usi per dire cose che non mi piacciono.

Poi c’è il capitolo “neutralità”. Molti scrivono: “San Marino era rispettato per la sua neutralità”, “Dovremmo farci gli affari nostri”. Ma nella riga dopo chiedono boicottaggi, divieti, ostracismi, prese di posizione ufficiali contro uno Stato o contro un altro. Non è neutralità: è schieramento mascherato da buon senso.

Il dato più inquietante non è l’odio in sé, che sui social purtroppo è ormai routine. È la totale assenza di coerenza interna. Nel giro di pochi commenti si passa da “Free Palestine” a “Terroristi a casa loro”. Da “Non confondiamo popolo e governo” a “Israele un popolo da disprezzare”. Da “Siamo un paese libero” a “Vietiamo bandiere e associazioni”. Da “San Marino neutrale” a “Boicottiamo quello Stato”.

Nel rumore generale, spiccano anche pochi commenti lucidi che ricordano un fatto semplice: l’associazione è privata, lo Stato non c’entra, la libertà di associazione è un diritto costituzionale. Ma vengono sommersi. Perché sui social non vince chi spiega: vince chi urla meglio.

Alla fine, più che divisa tra Israele e Palestina, San Marino appare divisa tra due versioni di sé stessa: una che pretende diritti, libertà e neutralità, e un’altra che, alla prima emozione forte, invoca divieti, espulsioni e censure. Se c’è una vera emergenza nazionale oggi, non è diplomatica né umanitaria. È culturale. Perché un Paese che piange le vittime ma teme di accoglierle, che dice di distinguere tra popoli e governi ma poi li insulta tutti insieme, che invoca la libertà ma chiede decreti per vietare bandiere, non sta difendendo valori. Sta solo urlando contro se stesso.

 

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