Sulla votazione dell’ordine del giorno sull’Europa lo scontro si accende tra Fabio Righi (D-ML) e il Segretario di Stato Luca Beccari, trasformando un atto di indirizzo politico in un caso emblematico del diverso modo di intendere il percorso di associazione all’UE. Righi prende la parola e chiarisce subito che Motus Liberi non ha firmato e non sosterrà il documento, perché, spiega, per il suo partito l’accordo con l’Europa è “un tema serio” che non può essere portato “al mercato dei giochini politici”. L’ordine del giorno viene descritto come un testo prettamente politico, che ribadisce concetti già espressi in altre sedi e che serve soprattutto a dimostrare che il Paese sarebbe compatto in una certa direzione, mentre per D-ML la gestione dell’accordo resta carente e rischia di creare problemi. Righi insiste sul fatto che il suo partito non è contro l’integrazione europea e rivendica una storia di proposte per rendere San Marino competitivo sul piano internazionale, ma considera ridicolo firmare “l’ennesimo ordine del giorno solo per dimostrare chi è più vicino alla forza maggioritaria del momento”, perché questo, dice, svilisce il ruolo del Consiglio. Accusa la maggioranza di non aver mai dato risposte davvero chiare, di continuare a vendere l’accordo come una misura per i giovani, per l’Erasmus o per le file in aeroporto, o come accesso a un mercato in cui il Paese è già per il 95 per cento, e definisce tutto ciò “una presa in giro, qui dentro e nei confronti dei cittadini”. Nel suo ragionamento lega anche la relazione che si chiede ora al Parlamento di fare propria: sostiene che il testo non è stato condiviso, che non l’ha visto nemmeno la maggioranza e che sarebbe stato scritto “di fretta e furia” perché “qualcosa stava scivolando di mano”, così come, a suo giudizio, starebbe scivolando di mano il Paese. Richiama poi il tema del referendum, segnalando che risulta presentata un’altra domanda referendaria e chiedendo come si intenda portare avanti seriamente il percorso se si fa finta che la democrazia diretta non esista o se non si ascolta una cittadinanza che, secondo lui, spesso tace per paura. Righi ribadisce che il no all’ordine del giorno non è un no all’Europa né alla competitività, ma un no a un approccio che definisce non serio, respinge l’etichetta di “contrario” e rivendica l’identità di un partito che non nasce per uniformarsi al pensiero unico e non è disposto a ridursi a “premere un bottone”. La replica di Beccari è altrettanto netta e si concentra soprattutto sul metodo: il Segretario agli Esteri contesta innanzitutto l’affermazione secondo cui la relazione sarebbe stata redatta in fretta e superficialmente, chiedendo a Righi “come fa a dire che è stata scritta di fretta e furia” se non era presente al lavoro di redazione, e accusando questa narrazione di essere basata su elementi non veri. Beccari osserva che questo atteggiamento, fatto di giudizi apodittici su processi ai quali Righi non ha partecipato, rende difficile persino immaginare un suo coinvolgimento futuro, e distingue il diritto legittimo di non firmare l’ordine del giorno – come hanno fatto altri colleghi di opposizione, sottolinea – dal bisogno di ricorrere a “falsità o cose che non c’entrano nulla”. Rivendica che il documento è stato preparato con attenzione, con l’intento di dare un contributo alla discussione, e ricorda che non è la prima volta che il Consiglio chiede e approva ordini del giorno in materia europea: spesso, ricorda, era proprio l’opposizione a non voler chiudere un dibattito senza un atto di indirizzo. Per Beccari ogni ordine del giorno rappresenta “un passo in avanti” nel percorso e non cancella ciò che è stato fatto prima, ma aggiunge elementi e responsabilità politica. Il Segretario insiste poi sul senso dell’operazione: quell’ordine del giorno conferma il cammino verso l’Accordo, richiama la relazione e mette al centro il tema della sua implementazione, aprendo un percorso di confronto sull’attività legislativa da svolgere. La relazione, afferma, non è un punto di arrivo ma l’inizio di un lavoro che dovrà coinvolgere tutti, maggioranza e opposizione, e invita a valutarne i contenuti “a prescindere dalla votazione” sull’ordine del giorno, perché lì dentro ci sono proposte tecniche e operative utili a individuare il miglior modo di fare leggi e accompagnare l’attuazione dell’accordo. In sintesi, Righi marca una distanza politica e di metodo, rifiutando un ordine del giorno che legge come operazione di immagine e chiedendo un percorso diverso e più strutturato; Beccari difende il senso dello strumento, ne rivendica la serietà e accusa D-ML di alimentare una narrazione ingiusta e fuorviante sul lavoro svolto, riportando il cuore del dibattito sul merito dei contenuti e sulla capacità del Consiglio di organizzare in modo efficace il proprio ruolo legislativo nel percorso europeo.
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