Ieri INSIDER.SM ha seguito un dibattito che, più che raccontare una giornata di Consiglio, ha messo in scena una vecchia e sempre attuale domanda: fin dove può spingersi un Parlamento di un piccolo Stato quando parla al mondo? Perché è legittimo, anzi auspicabile, che i consiglieri si esprimano sui grandi temi internazionali. Ma è altrettanto necessario ricordare che, in certi passaggi, le parole smettono di essere solo opinioni e diventano atti.
Lo scenario globale non aiuta a tenere i toni bassi. Dagli Stati Uniti arrivano, ancora una volta, dichiarazioni di Donald Trump che scuotono alleanze e mercati, con prese di posizione dure su Venezuela, politica commerciale e rapporti transatlantici. Dall’Unione Europea, la risposta è una richiesta di moderazione, rispetto del diritto internazionale e centralità del multilateralismo. Un dialogo a distanza che si muove su un piano alto, ma che inevitabilmente filtra anche dentro l’Aula del Consiglio Grande e Generale.
È in questo contesto che si è consumato l’episodio sull’ordine del giorno relativo al Venezuela. Presentato da Libera, poi ritirato, poi riscritto e “ammorbidito” dalla maggioranza. Un passaggio che, al di là della cronaca politica, racconta qualcosa di più profondo: la fatica di tenere insieme impulso e misura.
Dalibor Riccardi, dai banchi di Libera, ha condannato l’intervento degli Stati Uniti definendolo una violazione del diritto internazionale e ha criticato il silenzio del Governo, visto come una rinuncia al ruolo storico di neutralità attiva e difesa dei diritti umani. Una posizione chiara, netta, politicamente leggibile.
La risposta del Segretario agli Esteri Luca Beccari ha riportato la discussione su un altro piano. San Marino, ha ricordato, riconosce da sempre il valore del diritto internazionale e del multilateralismo. Ma proprio per questo — ha sottolineato — il linguaggio degli atti parlamentari deve riflettere l’approccio tradizionale di moderazione del Paese, evitando formulazioni che possano essere lette come prese di posizione troppo rigide nello scacchiere internazionale.
Da qui la mediazione. E il dietrofront, spiegato dal capogruppo di Libera Michele Muratori, che ha richiamato una verità spesso dimenticata: per un piccolo Stato, richiamarsi alla Carta delle Nazioni Unite non è retorica, ma necessità politica. Non un ornamento lessicale, ma una cintura di sicurezza diplomatica.
È qui che si annida il senso del limite. Non come freno alla libertà di parola, ma come consapevolezza del peso istituzionale delle parole stesse. Un ordine del giorno non è un editoriale, non è un post, non è uno slogan: è un atto che può essere letto, citato, archiviato e interpretato anche fuori dai confini della Repubblica.
San Marino, nella sua storia, ha costruito una reputazione fatta di equilibrio, prudenza e neutralità attiva. Non per sottrarsi ai temi del mondo, ma per affrontarli senza perdere il proprio baricentro. È una postura che non toglie voce, semmai le dà credibilità.
In tempi in cui la politica internazionale vive di accelerazioni, dichiarazioni fulminee e reazioni a catena, il Consiglio sammarinese si trova davanti a una scelta che è anche un’identità: parlare, sì, ma sapendo che ogni parola istituzionale è già, in qualche misura, una mossa sullo scacchiere globale.
E forse è proprio questo il messaggio che la seduta di ieri ha lasciato in controluce: che il senso del limite non è una rinuncia. È, al contrario, una forma di responsabilità. Perché per un Paese piccolo, a volte, la misura è la vera forza.




