Non è il carcere il vero tema. È il controllo che non c’è stato

da | 17 Gen 2026

La vicenda di Steven Raul James continua a far discutere, e non potrebbe essere altrimenti. La natura dei reati, il coinvolgimento di minori, la dimensione emotiva che attraversa una comunità piccola come quella sammarinese rendono ogni dettaglio carico di tensione. In queste ore, il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto su un punto: dove dovrà scontare la pena.

A riaccendere la discussione è stato anche l’intervento del legale della difesa, che ha richiamato il rispetto degli accordi internazionali in materia di esecuzione della pena, in particolare le convenzioni che garantiscono al condannato il diritto a scontare la detenzione nel proprio Paese di appartenenza. Un richiamo formale, giuridicamente fondato, che riporta la questione nel perimetro dello Stato di diritto: le regole non si applicano a seconda dell’emozione del momento, ma in base a trattati e norme che San Marino ha sottoscritto e si è impegnata a rispettare.

Ed è giusto così. Perché il diritto internazionale serve proprio a questo: a evitare che la giustizia diventi variabile, a seconda del caso o del clima dell’opinione pubblica.

Ma fermarsi al “dove” rischia di guardare il problema dallo specchietto retrovisore.

La domanda più scomoda, infatti, non riguarda il luogo della pena, ma il tempo che l’ha preceduta: chi avrebbe dovuto vigilare prima che tutto questo accadesse?

I reati non nascono nel vuoto. Si sviluppano in contesti, in ambienti, in relazioni. Ci sono momenti in cui i segnali emergono, in cui qualcosa non torna, in cui qualcuno – per ruolo, per responsabilità, per prossimità – può e dovrebbe fermarsi, chiedere, controllare, intervenire. Famiglie, istituzioni, associazioni, strutture educative, chiunque operi a contatto con i minori.

Spostare lo sguardo dal carcere alla vigilanza significa spostarlo dal “dopo” al “prima”. Non per attenuare la gravità di ciò che è stato fatto, ma per evitare che si ripeta. Perché una comunità si misura non solo da come punisce, ma da come protegge.

È qui che la riflessione si allarga e diventa più concreta. Prevenzione non è uno slogan: significa formazione continua per chi lavora con i minori, protocolli chiari di controllo, canali di segnalazione che funzionano davvero, supervisione reale e non solo sulla carta. Significa creare ambienti in cui il rischio venga intercettato quando è ancora rischio, non quando è già diventato reato.

Il richiamo dell’avvocato al diritto internazionale è legittimo e necessario sul piano giuridico. Ma sul piano civile e politico resta un’altra urgenza, forse più profonda: rafforzare un sistema di vigilanza che non costringa una comunità a interrogarsi solo dopo, quando il danno è già stato fatto.

Il dibattito sul luogo della pena rischia di diventare una valvola di sfogo emotiva. Una discussione che guarda lontano dal punto più delicato: le responsabilità di chi, a San Marino, aveva il compito di vedere, controllare, vigilare e non lo ha fatto in tempo.

È una riflessione scomoda, perché non riguarda “l’altro”, ma chi sta dentro la comunità. Riguarda il sistema, non solo l’individuo. E chiama in causa non solo la giustizia, ma la coscienza collettiva. E mentre settimana prossimo il tema tornerà in aula, noi di INSIDER.SM vi invitiamo a questa riflessione è più importante capire dove deve scontare la pena? O cercare di capire chi non ha saputo vigilare?

 

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