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Scegli il posto.
Arrivi in sala e lo trovi occupato.
Succede al Cinema Concordia. E non una volta sola.
Chi frequenta la sala lo sa: i posti sono prenotabili, vengono segnalati chiaramente con fogli e bandelle, il sistema è semplice e comprensibile. Eppure, puntualmente, qualcuno si siede dove non dovrebbe. E spesso non si sposta nemmeno quando gli viene fatto notare.
La domanda allora non è più “chi è maleducato”, ma un’altra, molto più scomoda:
perché al Concordia questa cosa sembra legittima?
Perché si ripete alle 17.30, si ripete alle 21, si ripete con adulti, ragazzi, gruppi interi.
Vent’anni minuti di fila, gente ammassata, proiezioni che ritardano perché i posti assegnati… non contano nulla.
E quando il sistema si inceppa sempre allo stesso modo, il problema non è il singolo spettatore. È la percezione che si è creata:
che occupare un posto non tuo sia tollerabile, che “tanto poi si sistema”, che le regole siano opzionali.
Il paradosso?
Chi ha pagato e prenotato correttamente si ritrova a dover giustificare il proprio diritto, disturbando, chiedendo, spiegando.
E spesso viene pure visto come quello che “fa storie”.
Nel frattempo chi sbaglia resta seduto. A volte fino all’intervento del custode. A volte nemmeno quello basta.
E allora la vera domanda è questa:
che messaggio passa, quando una regola esiste ma non viene fatta rispettare con decisione?
Perché se il posto numerato vale solo finché nessuno protesta, allora tanto vale non prenotarlo.
O fare trenta minuti di macchina e andare altrove, dove il numero sul biglietto non è un’opinione.
Non è una polemica sterile.
È una richiesta di chiarezza.
O i posti assegnati contano davvero.
Oppure si dica apertamente che al Concordia vale la legge del “chi arriva prima si siede”.
Perché l’ambiguità, quella sì, è la cosa peggiore.




